I principi dell’alimentazione sostenibile

“Nessun pasto è gratis” affermava Barry Commoner, biologo, ambientalista, uno dei padri fondatori del movimento ecologista globale: qualunque cibo scegliamo per la nostra alimentazione ha un impatto ambientale più o meno marcato. Questo sia in termini di input utilizzati per produrlo (energia, acqua, suolo, fertilizzanti, mangimi…) che di output generati in termini di inquinamento (gas clima-alteranti come CO2, metano, protossido di azoto, fanghi reflui, inquinamento…).

Come afferma Greenpeace, il sistema alimentare nel suo complesso genera circa il 30% dei gas serra che tanto ci preoccupano e usa il 70% di tutta l’acqua disponibile. In particolare la produzione di carne, pesce, uova e latticini utilizza circa il 70% dei terreni agricoli mondiali. La FAO ha stimato che, complessivamente, il 70% delle terre deforestate dell’Amazzonia è stato trasformato in pascoli bovini.

Siamo 7 miliardi e nel 2050 saremo molti di più, il sistema agroalimentare verrà messo sotto pressione e sono necessarie azioni e strategie per poter garantire a tutti cibo sano, equilibrato e sostenibile. Purtroppo, a differenza di tutte le altre, non siamo una specie che vive in equilibrio con i propri rifiuti: in natura ciò che è scarto per qualcuno è risorsa vitale per qualcun altro e nulla va sprecato, mentre i nostri modelli di produzione alimentare non sempre vanno in questa direzione. Ciò comporta un ingente spreco di cibo: circa il 30% di quello prodotto viene scartato.

Ma qualcosa sta cambiando. Tra i programmi green dell’Unione Europea, “Farm to Fork”, il piano decennale che entro il 2030 modificherà il sistema agroalimentare proprio in termini di equità e sostenibilità, ha questi 4 punti principali:

  • ridurre del 50% l’utilizzo di pesticidi e il rischio correlato;
  • ridurre almeno del 50% le perdite di nutrienti, senza che ciò comporti un deterioramento della fertilità del suolo e ridurre almeno del 20% l’uso di fertilizzanti;
  • ridurre del 50% le vendite di sostanze antimicrobiche per gli animali di allevamento e per l’acquacoltura;
  • dedicare almeno il 25% dei terreni agricoli in Ue all’agricoltura biologica.

Anche da parte nostra, come consumatori, abbiamo la possibilità di dare il nostro contributo preferendo un’alimentazione sana e a basso impatto ambientale: scegliendo come riempire il carrello, cosa acquistare, come nutrirci. Non è difficile: siamo fortunati perché viviamo nella culla della Dieta Mediterranea. Un’alimentazione che torni a essere vicina a quel modello avrà un impatto benefico sia sulla nostra salute che su quella del Pianeta.

Non è necessario imporsi scelte estreme: la Dieta Mediterranea è quello che mangiavano i nostri nonni, fino a 60 anni fa. Poco in quantità, semplice, locale e preferendo il vegetale. Questo è il modello alimentare che l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità e che innumerevoli studi hanno dimostrato essere il più protettivo nei confronti delle malattie “big killer” del nostro secolo. Il 70% delle malattie non trasmissibili (problemi cardiovascolari, tumori, diabete di tipo 2, malattie renali) è infatti legato a stili di vita scorretti, prima fra tutti un’alimentazione sbilanciata.

Seguendo i dettami della famosa piramide alimentare, raffigurazione tipica della Dieta Mediterranea, andremo a mangiare, per ordine decrescente di frequenza:

  • abbondanti alimenti di origine vegetale (frutta, ortaggi, pane e cereali, soprattutto integrali, patate, legumi, frutta a guscio, semi);
  • olio di oliva come principale fonte di grassi;
  • latticini, pesce e pollame consumati in modesta quantità;
  • 0/4 uova la settimana;
  • carni rosse in minime quantità;
  • dolci raramente.

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Pubblicato da Food Watcher

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